Langdon non aggiunse la ragione per cui non aveva mostrato il mano-scritto ad altri. Le sue trecento pagine — provvisoriamente intitolate Sim-boli della sacralità femminile perduta — proponevano alcune interpreta-zioni non convenzionali dell’iconografia religiosa corrente e avrebbero cer-
tamente suscitato molte polemiche.
Adesso, mentre si avvicinava alle scale mobili, si fermò perché si era ac-corto che Fache non era più con lui. Quando si voltò, vide che si era fer-mato a qualche metro di distanza, accanto a uno degli ascensori.
?Prendiamo l’ascensore? disse il capitano, mentre le porte scorrevoli si aprivano. ?Come lei certamente sa, la galleria è piuttosto lontana, a piedi.?
Pur essendo consapevole che l’ascensore avrebbe abbreviato la salita fi-no all’ala Denon, Langdon non si mosse.
?Qualcosa non va?? chiese Fache, seccato, tenendo aperta la porta.
Langdon sospirò e guardò con desiderio la scala mobile. "è tutto a po-sto" mentì a se stesso, incamminandosi verso l’ascensore. Da bambino era caduto in un pozzo abbandonato e aveva rischiato di morire: per ore aveva continuato a tenersi a galla in quello stretto spazio prima che venissero a salvarlo. Da allora aveva la fobia dei luoghi chiusi: ascensori, metropo-litane, campi di squash. "L’ascensore è una macchina perfettamente sicura" si ripeté, ma un’altra voce nella sua mente protestava: "è una sottile scatola di latta dentro un pozzo!". Trattenendo il respiro, montò nell’ascensore e provò il consueto brivido di terrore quando le porte si chiusero.
"Pochi piani. Una decina di secondi."
