意大利语阅读学习:《十日谈》

发布时间:2019-01-31 08:40:23

- Signor mio, io fui ben già colui di cui voi domandate,

ma io sono per non esser più.

Domandollo allora l’ammiraglio che cosa a quello l’a-

vesse condotto; a cui Gianni rispose:

- Amore, e l’ira del re.

Fecesi l’ammiraglio più la novella distendere; e avendo

ogni cosa udita da lui come stata era e partir volendosi,

il richiamò Gianni e dissegli:

- Deh, signor mio, se esser può, impetratemi una grazia

da chi così mi fa stare.

Ruggieri domandò quale; a cui Gianni disse:

- Io veggio che io debbo, e tostamente, morire; voglio

adunque di grazia che, come io sono con questa giova-

ne, la quale io ho più che la mia vita amata ed ella me,

con le reni a lei voltato ed ella a me, che noi siamo co’

visi l’uno all’altro rivolti, acciò che morendo io e veden-

do il viso suo, io ne possa andar consolato.

Ruggieri ridendo disse:

- Volentieri io farò sì che tu la vedrai ancor tanto che ti

rincrescerà.

E partitosi da lui, comandò a coloro a’ quali imposto era

di dovere questa cosa mandare ad esecuzione, che senza

altro comandamento del re non dovessero più avanti

fare che fatto fosse; e senza dimorare, al re se n’andò. Al

quale, quantunque turbato il vedesse, non lasciò di dire

il parer suo, e dissegli:

- Re, di che t’hanno offeso i due giovani li quali laggiù

nella piazza hai comandato che arsi sieno?

Il re gliele disse. Seguitò Ruggieri:

- Il fallo commesso da loro il merita bene, ma non da te;

e come i falli meritan punizione, così i benefici meritan

guiderdone, oltre alla grazia e alla misericordia. Conosci

tu chi color sieno li quali tu vuogli che s’ardano?

Il re rispose di no. Disse allora Ruggieri:

- E io voglio che tu gli conosca, acciò che tu veggi

quanto discretamente tu ti lasci agl’impeti dell’ira trans-

portare. Il giovane è figliuolo di Landolfo di Procida,

fratel carnale di messer Gian di Procida, per l’opera del

quale tu sé re e signor di questa isola. La giovane è fi-

gliuola di Marin Bolgaro, la cui potenza fa oggi che la

tua signoria non sia cacciata d’Ischia. Costoro, oltre a

questo, son giovani che lungamente si sono amati insie-

me, e da amor costretti, e non da volere alla tua signoria

far dispetto, questo peccato (se peccato dir si dee quel

che per amor fanno i giovani) hanno fatto. Perché dun-

que gli vuoi tu far morire, dove con grandissimi piaceri

e doni gli dovresti onorare?

Il re, udendo questo e rendendosi certo che Ruggieri il

ver dicesse, non solamente che egli a peggio dovere

operare procedesse, ma di ciò che fatto avea gl’increbbe;

per che incontanente mandò che i due giovani fossero

dal palo sciolti e menati davanti da lui; e così fu fatto. E

avendo intera la lor condizion conosciuta, pensò che con

onore e con doni fosse la ingiuria fatta da compensare; e

fattigli onorevolmente rivestire, sentendo che di pari

consentimento era, a Gianni fece la giovinetta sposare, e

fatti loro magnifichi doni, contenti gli rimandò a casa

loro, dove con festa grandissima ricevuti, lungamente in

piacere e in gioia poi vissero insieme.

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Il re, al quale costei era molto nel primo aspetto piaciu-

ta, di lei ricordandosi, sentendosi bene della persona,

ancora che fosse al dì vicino, diliberò d’andare a starsi

alquanto con lei; e con alcuno de’ suoi servidori cheta-

mente se n’andò alla Cuba. E nelle case entrato, fatto

pianamente aprir la camera nella qual sapeva che dormi-

va la giovane, in quella con un gran doppiere acceso in-

nanzi se n’entrò; e sopra il letto guardando, lei insieme

con Gianni ignudi e abbracciati vide dormire. Di che

egli di subito si turbò fieramente e in tanta ira montò,

senza dire alcuna cosa, che a poco si tenne che quivi,

con un coltello che allato avea, amenduni non gli uccise.

Poi, estimando vilissima cosa essere a qualunque uom si

fosse, non che ad un re, due ignudi uccidere dormendo,

si ritenne, e pensò di volergli in publico e di fuoco far

morire; e volto ad un sol compagno che seco aveva, dis-

se:

- Che ti par di questa rea femina, in cui io già la mia

speranza aveva posta? - e appresso il domandò se il gio-

vane conoscesse, che tanto d’ardire aveva avuto, che ve-

nuto gli era in casa a far tanto d’oltraggio e di dispiacere.

Quegli che domandato era rispose non ricordarsi d’aver-

lo mai veduto.

Partissi adunque il re turbato della camera, e comandò

che i due amanti, così ignudi come erano, fosser presi e

legati, e come giorno chiaro fosse, fosser menati a Pa-

lermo e in su la piazza legati ad un palo con le reni l’uno

all’altro volte e infino ad ora di terza tenuti, acciò che da

tutti potessero esser veduti, e appresso fossero arsi, sì

come avean meritato; e così detto, se ne tornò in Paler-

mo nella sua camera assai cruccioso.

Partito il re, subitamente furon molti sopra i due amanti,

e loro non solamente svegliarono, ma prestamente senza

alcuna pietà presero e legarono. Il che veggendo i due

giovani, se essi furon dolenti e temettero della lor vita e

piansero e ramaricaronsi, assai può esser manifesto. Essi

furono, secondo il comandamento del re, menati in Pa-

lermo e legati ad un palo nella piazza, e davanti agli oc-

chi loro fu la stipa e ’l fuoco apparecchiata, per dovergli

ardere all’ora comandata dal re.

Quivi subitamente tutti i palermitani e uomini e donne

concorsero a vedere i due amanti: gli uomini tutti a ri-

guardare la giovane si traevano, e così come lei bella es-

ser per tutto e ben fatta lodavano, così le donne, che a ri-

guardare il giovane tutte correvano, lui d’altra parte es-

ser bello e ben fatto sommamente commendavano. Ma

gli sventurati amanti amenduni vergognandosi forte, sta-

vano con le teste basse e il loro infortunio piagnevano,

d’ora in ora la crudel morte del fuoco aspettando.

E mentre così infino all’ora determinata eran tenuti, gri-

dandosi per tutto il fallo da lor commesso, e pervenendo

agli orecchi di Ruggier de Loria, uomo di valore inesti-

mabile e allora ammiraglio del re, per vedergli se n’andò

verso il luogo dove erano legati; e quivi venuto, prima

riguardò la giovane e commendolla assai di bellezza, e

appresso venuto il giovane a riguardare, senza troppo

penare il riconobbe, e più verso lui fattosi il domandò se

Gianni di Procida fosse.

Gianni, alzato il viso e riconoscendo l’ammiraglio, ri-

spose:

Novella Sesta

Gian di Procida trovato con una giovane amata da lui, e

stata data al re Federigo, per dovere essere arso con lei è

legato ad un palo; riconosciuto da Ruggieri de Loria,

campa e divien marito di lei.

Finita la novella di Neifile, assai alle donne piaciuta, co-

mandò la reina a Pampinea che a doverne alcuna dire si

disponesse. La qual prestamente, levato il chiaro viso,

incomincio.

Grandissime forze, piacevoli donne, son quelle d’amore,

e a gran fatiche e a strabocchevoli e non pensati pericoli

gli amanti dispongono, come per assai cose raccontate e

oggi e altre volte comprender si può; ma nondimeno an-

cora con l’ardire d’un giovane innamorato m’aggrada di

dimostrarlo.

Ischia è una isola assai vicina di Napoli, nella quale fu

già tra l’altre una giovinetta bella e lieta molto, il cui

nome fu Restituta, e figliuola d’un gentil uom dell’isola,

che Marin Bolgaro avea nome, la quale un giovanetto,

che d’una isoletta ad Ischia vicina, chiamata Procida,

era, e nominato Gianni, amava sopra la vita sua, ed ella

lui. Il quale, non che il giorno da Procida ad usare ad

Ischia per vederla venisse, ma già molte volte di notte,

non avendo trovata barca, da Procida infino ad Ischia

notando era andato, per poter vedere, se altro non potes-

se, almeno le mura della sua casa.

E durante questo amore così fervente, avvenne che, es-

sendo la giovane un giorno di state tutta soletta alla ma-

rina, di scoglio in iscoglio andando marine conche con

un coltellino dalle pietre spiccando, s’avvenne in un luo-

go fra gli scogli riposto, dove sì per l’ombra e sì per lo

destro d’una fontana d’acqua freddissima che v’era, s’era-

no certi giovani ciciliani, che da Napoli venivano, con

una lor fregata raccolti.

Li quali, avendo la giovane veduta bellissima e che an-

cor lor non vedea, e vedendola sola, fra sé diliberarono

di doverla pigliare e portarla via; e alla diliberazione se-

guitò l’effetto. Essi, quantunque ella gridasse molto, pre-

sala, sopra la lor barca la misero, e andar via; e in Cala-

vria pervenuti, furono a ragionamento di cui la giovane

dovesse essere, e in brieve ciaschedun la volea; per che,

non trovandosi concordia fra loro, temendo essi di non

venire a peggio e per costei guastare i fatti loro, vennero

a concordia di doverla donare a Federigo re di Cicilia, il

quale era allora giovane e di così fatte cose si dilettava;

e a Palermo venuti, così fecero.

Il re, veggendola bella, l’ebbe cara; ma, per ciò che ca-

gionevole era alquanto della persona, infino a tanto che

più forte fosse, comandò che ella fosse messa in certe

case bellissime d’un suo giardino, il quale chiamavan la

Cuba, e quivi servita, e così fu fatto.

A cui Guiglielmino disse:

- Per certo questa è dessa, per ciò ch’io mi trovai già in

parte ove io udii a Guidotto divisare dove la ruberia

avesse. fatta, e conobbi che la tua casa era stata; è per

ciò rammemorati se ad alcun segnale riconoscer la cre-

dessi, e fanne cercare, ché tu troverrai fermamente che

ella è tua figliuola.

Per che, pensando Bernabuccio, si ricordò lei dovere

avere una margine a guisa d’una crocetta sopra l’orec-

chia sinistra, stata d’una nascenza che fatta gli avea poco

davanti a quello accidente tagliare; per che, senza alcu-

no indugio pigliare, accostatosi a Giacomino che ancora

era quivi, il pregò che in casa sua il menasse e veder gli

facesse questa giovane.

Giacomino il vi menò volentieri, e lei fece venire dinan-

zi da lui. La quale come Bernabuccio vide, così tutto il

viso della madre di lei, che ancora bella donna era, gli

parve vedere; ma pur, non stando a questo, disse a Gia-

comino che di grazia voleva da lui poterle un poco leva-

re i capelli sopra la sinistra orecchia; di che Giacomino

fu contento.

Bernabuccio, accostatosi a lei che vergognosamente sta-

va, levati colla man dritta i capelli, la croce vide; laon-

de, veramente conoscendo lei esser la sua figliuola, te-

neramente cominciò a piagnere e ad abbracciarla, come

che ella si contendesse; e volto a Giacomin disse:

- Fratel mio, questa è mia figliuola; la mia casa fu quella

che fu da Guidotto rubata, e costei nel furor subito vi fu

dentro dalla mia donna e sua madre dimenticata, e infi-

no a qui creduto abbiamo che costei, nella casa che mi

fu quel dì stesso arsa, ardesse.

La giovane, udendo questo e vedendolo uomo attempato

e dando alle parole fede e da occulta virtù mossa, soste-

nendo li suoi abbracciamenti, con lui teneramente co-

minciò a piagnere.

Bernabuccio di presente mandò per la madre di lei e per

altre sue parenti e per le sorelle e per li fratelli di lei, e a

tutti mostratala e narrando il fatto, dopo mille abbraccia-

menti fatta la festa grande, essendone Giacomino forte

contento, seco a casa sua ne la menò. Saputo questo il

capitano della città, che valoroso uomo era, e conoscen-

do che Giannole, cui preso tenea, figliuolo era di Berna-

buccio e fratel carnale di costei, avvisò di volersi del

fallo commesso da lui mansuetamente passare; e intro-

messosi in queste cose con Bernabuccio e con Giacomi-

no, insieme a Giannole e a Minghino fece far pace; e a

Minghino, con gran piacer di tutti i suoi parenti, diede

per moglie la giovane, il cui nome era Agnesa, e con

loro insieme liberò Crivello e gli altri che impacciati

v’erano per questa cagione.

E Minghino appresso lietissimo fece le nozze belle e

grandi, e a casa menatalasi, con lei in pace e in bene po-

scia più anni visse.

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La mattina venuta, i parenti dell’una parte e dell’altra

avendo la verità del fatto sentita e conoscendo il male

che a’ presi giovani ne poteva seguire, volendo Giaco-

mino quello adoperare che ragionevolmente avrebbe po-

tuto, furono a lui, e con dolci parole il pregarono che

alla ingiuria ricevuta dal poco senno de’ giovani non

guardasse tanto, quanto all’amore e alla benivolenza la

quale credevano che egli a loro che il pregavano portas-

se, offerendo appresso sé medesimi e i giovani che il

male avevan fatto ad ogni ammenda che a lui piacesse

di prendere.

Giacomino, il qual de’ suoi dì assai cose vedute avea ed

era di buon sentimento, rispose brievemente:

- Signori, se io fossi a casa mia come io sono alla vostra,

mi tengo io sì vostro amico, che né di questo né d’altro

io non farei se non quanto vi piacesse; e oltre a questo

più mi debbo a’ vostri piaceri piegare in quanto voi a voi

medesimi avete offeso, per ciò che questa giovane, forse

come molti stimano, non è da Cremona né da Pavia,

anzi è faentina, come che io né ella né colui da cui io

l’ebbi non sapessimo mai di cui si fosse figliuola; per

che; di quello che pregate tanto sarà per me fatto, quan-

to me ne imporrete.

I valenti uomini, udendo costei esser di Faenza, si mara-

vigliarono; e rendute grazie a Giacomino della sua libe-

rale risposta, il pregarono che gli piacesse di dover lor

dire come costei alle mani venuta gli fosse, e come sa-

pesse lei esser faentina.

A’quali Giacomin disse:

- Guidotto da Cremona fu mio compagno e amico, e ve-

nendo a morte mi disse che quando questa città da Fede-

rigo Imperatore fu presa, andataci a ruba ogni cosa, egli

entrò co’ suoi compagni in una casa, e quella trovò di

roba piena esser dagli abitanti abbandonata, fuor sola-

mente da questa fanciulla, la quale d’età di due anni o in

quel torno, lui sagliente su per le scale chiamò padre;

per la qual cosa a lui venuta di lei compassione, insieme

con tutte le cose della casa seco ne la portò a Fano, e

quivi morendo, con ciò che egli avea costei mi lasciò,

imponendomi che, quando tempo fosse, io la maritassi e

quello che stato fosse suo le dessi in dota; e venuta nel-

l’età da marito, non m’è venuto fatto di poterla dare a

persona che mi piaccia; fare’ ’l volentieri, anzi che altro

caso simile a quel di ier sera me n’avvenisse.

Era quivi intra gli altri un Guiglielmino da Medicina,

che con Guidotto era stato a questo fatto, e molto ben

sapeva la cui casa stata fosse quella che Guidotto avea

rubata; e vedendolo ivi tra gli altri, gli s’accostò e disse:

- Bernabuccio, odi tu ciò che Giacomin dice?

Disse Bernabuccio:

- Sì; e testé vi pensava più, per ciò ch’io mi ricordo che

in quegli rimescolamenti io perdei una figlioletta di

quella età che Giacomin dice.

Minghino d’altra parte aveva dimesticata la fante, e con

lei tanto adoperato che ella avea più volte ambasciate

portate alla fanciulla, e quasi del suo amore l’aveva ac-

cesa; e oltre a questo gli aveva promesso di metterlo con

lei, come avvenisse che Giacomino per alcuna cagione

da sera fuori di casa andasse.

Avvenne adunque, non molto tempo appresso queste pa-

role, che, per opera di Crivello, Giacomino andò con un

suo amico a cenare; e fattolo sentire a Giannole, compo-

se con lui che, quando un certo cenno facesse, egli ve-

nisse e troverrebbe l’uscio aperto. La fante d’altra parte,

niente di questo sappiendo, fece sentire a Minghino che

Giacomino non vi cenava, e gli disse che presso della

casa dimorasse sì, che quando vedesse un segno ch’ella

farebbe, egli venisse ed entrassesene dentro.

Venuta la sera, non sappiendo i due amanti alcuna cosa

l’un dell’altro, ciascun, sospettando dell’altro, con certi

compagni armati a dovere entrare in tenuta andò. Min-

ghino co’ suoi, a dovere il segno aspettare, si ripose in

casa d’un suo amico vicino della giovine; Giannole co’

suoi alquanto dalla casa stette lontano.

Crivello e la fante, non essendovi Giacomino, s’ingegna-

vano di mandare l’un l’altro via. Crivello diceva alla fan-

te:

- Come non ti vai tu a dormire oramai? Che ti vai tu

pure avviluppando per casa?

E la fante diceva a lui:

- Ma tu perché non vai per signorto? Che aspetti tu ora-

mai qui, poi hai cenato?

E così l’uno non poteva l’altro far mutare di luogo.

Ma Crivello, conoscendo l’ora posta con Giannole esser

venuta, disse seco: - Che curo io di costei? Se ella non

istarà cheta, ella potrà aver delle sue; - e fatto il segno

posto andò ad aprir l’uscio, e Giannole prestamente ve-

nuto con due compagni andò dentro, e trovata la giova-

ne nella sala la presono per menarla via.

La giovane cominciò a resistere e a gridar forte, e la fan-

te similmente. Il che sentendo Minghino, prestamente

co’ suoi compagni là corse; e veggendo la giovane già

fuori dell’uscio tirare, tratte le spade fuori, gridarono tut-

ti:

- Ahi traditori, voi siete morti; la cosa non andrà così:

che forza è questa?; - e questo detto, gl’incominciarono

a ferire. E d’altra parte la vicinanza uscita fuori al romo-

re e con lumi e con arme, cominciarono questa cosa a

biasimare e ad aiutar Minghino. Per che, dopo lunga

contesa, Minghino tolse la giovane a Giannole, e rimise-

la in casa di Giacomino. Né prima si partì la mischia che

i sergenti del capitan della terra vi sopraggiunsero e

molti di costoro presero; e fra gli altri furono presi Min-

ghino e Giannole e Crivello, e in prigione menatine. Ma

poi racquetata la cosa, e Giacomino essendo tornato; e,

di questo accidente molto malinconoso, essaminando

come stato fosse e trovato che in niuna cosa la giovane

aveva colpa, alquanto si diè più pace, proponendo seco,

acciò che più simil caso non avvenisse, di doverla come

più tosto potesse maritare.

Novella Quinta

Guidotto da Cremona lascia a Giacomin da Pavia una

fanciulla, e muorsi; la quale Giannol di Severino e Min-

ghino di Mingole amano in Faenza; azzuffansi insieme;

riconoscesi la fanciulla esser sirocchia di Giannole, e

dassi per moglie a Minghino.

Aveva ciascuna donna, la novella dell’usignolo ascoltan-

do, tanto riso, che ancora, quantunque Filostrato ristato

fosse di novellare, non per ciò esse di ridere si potevan

tenere. Ma pur, poi che alquanto ebber riso, la reina dis-

se :

- Sicuramente, se tu ieri ci affliggesti, tu ci hai oggi tan-

to dileticate, che niuna meritamente più di te si dee ra-

maricare.

E avendo a Neifile le parole rivolte, le ’mpose che no-

vellasse; la quale lietamente così cominciò a parlare.

Poi che Filostrato ragionando in Romagna è intrato, a

me per quella similmente gioverà d’andare alquanto spa-

ziandomi col mio novellare.

Dico adunque che già nella città di Fano due lombardi

abitarono, de’ quali l’un fu chiamato Guidotto da Cremo-

na e l’altro Giacomin da Pavia, uomini omai attempati e

stati nella lor gioventudine quasi sempre in fatti d’arme

e soldati. Dove, venendo a morte Guidotto, e niuno fi-

gliuolo avendo né altro amico o parente di cui più si fi-

dasse che di Giacomin facea, una sua fanciulla d’età for-

se di dieci anni, e ciò che egli al mondo avea, molto de’

suoi fatti ragionatogli, gli lasciò, e morissi.

Avvenne in questi tempi che la città di Faenza, lunga-

mente in guerra e in mala ventura stata, alquanto in mi-

glior disposizion ritornò, e fu a ciascun che ritornar vi

volesse libarerete conceduto il potervi tornare; per la

qual cosa Giacomino, che altra volta dimorato v’era, e

piacendogli la stanza, là con ogni sua cosa si tornò, e

seco ne menò la fanciulla lasciatagli da Guidotto, la

quale egli come propria figliuola amava e trattava.

La quale crescendo divenne bellissima giovane quanto

alcuna altra che allora fosse nella città; e così come era

bella, era costumata e onesta. Per la qual cosa da diversi

fu cominciata a vagheggiare, ma sopra tutti due giovani

assai leggiadri e da bene igualmente le posero grandissi-

mo amore, in tanto che per gelosia insieme si ’ncomin-

ciarono ad avere in odio fuor di modo: e chiamavasi l’un

Giannole di Severino, e l’altro Minghino di Mingole. Né

era alcuno di loro, essendo ella d’età di quindici anni,

che volentieri non l’avesse per moglie presa, se dà suoi

parenti fosse stato sofferto; per che, veggendolasi per

onesta cagione vietare, ciascuno a doverla, in quella gui-

sa che meglio potesse, avere, si diede a procacciare.

Aveva Giacomino in casa una fante attempata e un fante

che Crivello aveva nome, persona sollazzevole e ami-

chevole assai; col quale Giannole dimesticatosi molto,

quando tempo gli parve, ogni suo amore discoperse,

pregandolo che a dovere il suo disidero ottenere gli fos-

se favorevole, gran cose se ciò facesse promettendogli.

Al quale Crivello disse:

- Vedi, in questo io non potrei per te altro adoperare se

non che quando Giacomino andasse in alcuna parte a

cenare, metterti là dove ella fosse, per ciò che, volendo-

le io dir parole per te, ella non mi starebbe mai ad ascol-

tare. Questo s’el ti piace, io il ti prometto, e farollo; fa tu

poi, se tu sai, quello che tu creda che bene stea.

Giannole disse che più non volea, e in questa concordia

rimase.

A cui messer Lizio disse:

- Ricciardo, questo non meritò l’amore il quale io ti por-

tava e la fede la quale io aveva in te; ma pur, poi che

così è e a tanto fallo t’ha trasportato la giovanezza, acciò

che tu tolga a te la morte e a me la vergogna, prima che

tu ti muova, sposa per tua legittima moglie la Caterina,

acciò che, come ella è stata questa notte tua, così sia

mentre ella viverà; e in questa guisa puoi e la mia pace e

la tua salvezza acquistare; e ove tu non vogli così fare,

raccomanda a Dio l’anima tua.

Mentre queste parole si dicevano, la Caterina lasciò l’u-

signuolo, e ricopertasi, cominciò fortemente a piagnere

e a pregare il padre che a Ricciardo perdonasse; e d’altra

parte pregava Ricciardo che quel facesse che messer Li-

zio volea, acciò che con sicurtà e lungo tempo potesso-

no insieme di così fatte notti avere.

Ma a ciò non furono troppi prieghi bisogno; per ciò che

d’una parte la vergogna del fallo commesso e la voglia

dello emendare, e d’altra la paura del morire e il diside-

rio dello scampare, e oltre a questo l’ardente amore e

l’appetito del possedere la cosa amata, liberamente e

senza alcuno indugio gli fecer dire sé esser apparecchia-

to a far ciò che a messer Lizio piaceva.

Per che messer Lizio, fattosi prestare a madonna Giaco-

mina uno de’ suoi anelli, quivi, senza mutarsi, in presen-

zia di loro Ricciardo per sua moglie sposò la Caterina.

La qual cosa fatta, messer Lizio e la donna partendosi

dissono:

- Riposatevi oramai, ché forse maggior bisogno n’avete

che di levarvi.

Partiti costoro, i giovani si rabbracciarono insieme, e

non essendo più che sei miglia camminati la notte, altre

due anzi che si levassero ne camminarono, e fecer fine

alla prima giornata.

Poi levati, e Ricciardo avuto più ordinato ragionamento

con messer Lizio, pochi dì appresso, sì come si conve-

nia, in presenzia degli amici e de’ parenti da capo sposò

la giovane, e con gran festa se ne la menò a casa, e fece

onorevoli e belle nozze, e poi con lei lungamente in

pace e in consolazione uccellò agli usignuoli e di dì e di

notte quanto gli piacque.

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- Lasciami vedere come l’usignuolo ha fatto questa notte

dormir la Caterina.

E andato oltre, pianamente levò alta la sargia della quale

il letto era fasciato e Ricciardo e lei vide ignudi e sco-

perti dormire abbracciati nella guisa di sopra mostrata; e

avendo ben conosciuto Ricciardo, di quindi s’uscì, e an-

donne alla camera della sua donna e chiamolla, dicendo:

- Su tosto, donna, lievati e vieni a vedere, ché tua fi-

gliuola è stata sì vaga dell’usignuolo che ella è stata tan-

to alla posta che ella l’ha preso e tienlosi in mano.

Disse la donna:

- Come può questo essere?

Disse messer Lizio:

- Tu il vedrai se tu vien tosto.

La donna, affrettatasi di vestire, chetamente seguitò

messer Lizio, e giunti amenduni al letto e levata la sar-

gia, potè manifestamente vedere madonna Giacomina

come la figliuola avesse preso e tenesse l’usignuolo, il

quale ella tanto disiderava d’udir cantare.

Di che la donna, tenendosi forte di Ricciardo ingannata,

volle gridare e dirgli villania; ma messer Lizio le disse:

- Donna, guarda che per quanto tu hai caro il mio amore

tu non facci motto, ché in verità, poscia che ella l’ha pre-

so, egli sì sarà suo. Ricciardo è gentile uomo e ricco

giovane; noi non possiamo aver di lui altro che buon pa-

rentado; se egli si vorrà a buon concio da me partire,

egli converra che primieramente la sposi; sì ch’egli si

troverrà aver messo l’usignuolo nella gabbia sua e non

nell’altrui.

Di che la donna racconsolata, veggendo il marito non

esser turbato di questo fatto, e considerando che la fi-

gliuola aveva avuta la buona notte ed erasi ben riposata

e aveva l’usignuolo preso, si tacque.

Né guari dopo queste parole stettero, che Ricciardo si

svegliò, e veggendo che il giorno era chiaro, si tenne

morto, e chiamò la Caterina, dicendo:

- Ohimè, anima mia, come faremo, ché il giorno è venu-

to e hammi qui colto?

Alle quali parole messer Lizio, venuto oltre e levata la

sargia, rispose:

- Farete bene

Quando Ricciardo li vide, parve che gli fosse il cuor del

corpo strappato e levatosi a sedere in sul letto disse:

- Signor mio, io vi cheggio mercé per Dio. Io conosco,

sì come disleale e malvagio uomo, aver meritato morte,

e per ciò fate di me quello che più vi piace. Ben vi prie-

go io, se esser può, che voi abbiate della mia vita mercè,

e che io non muoia.

A cui la Caterina rispose:

- Se quivi ti dà il cuore di venire, io mi credo ben far sì

che fatto mi verrà di dormirvi.

Ricciardo disse di sì. E questo detto, una volta sola si

baciarono alla sfuggita, e andar via.

Il dì seguente, essendo già vicino alla fine di maggio, la

giovane cominciò davanti alla madre a ramaricarsi che

la passata notte per lo soperchio caldo non aveva potuto

dormire.

Disse la madre:

- O figliuola, che caldo fu egli? Anzi non fu egli caldo

veruno

A cui la Caterina disse:

- Madre mia, voi dovreste dire - a mio parere, - e forse

vi direste il vero; ma voi dovreste pensare quanto sieno

più calde le fanciulle che le donne attempate.

La donna disse allora:

- Figliuola mia, così è il vero; ma io non posso far caldo

e freddo a mia posta, come tu forse vorresti. I tempi si

convengon pur sofferir fatti come le stagioni gli danno;

forse quest’altra notte sarà più fresco, e dormirai meglio.

- Ora Iddio il voglia, - disse la Caterina - ma non suole

essere usanza che, andando verso la state, le notti si va-

dan rinfrescando.

- Dunque, - disse la donna - che vuoi tu che si faccia?

Rispose la Caterina:

- Quando a mio padre e a voi piacesse, io farei volentieri

fare un letticello in su ’l verone che è allato alla sua ca-

mera e sopra il suo giardino, e quivi mi dormirei, e

udendo cantare l’usignuolo, e avendo il luogo più fresco,

molto meglio starei che nella vostra camera non fo.

La madre allora disse:

- Figliuola, confortati; io il dirò a tuo padre, e come egli

vorrà così faremo.

Le quali cose udendo messer Lizio dalla sua donna, per

ciò che vecchio era e da questo forse un poco ritrosetto,

disse:

- Che rusignuolo è questo a che ella vuol dormire? Io la

farò ancora addormentare al canto delle cicale.

Il che la Caterina sappiendo, più per isdegno che per

caldo, non solamente la seguente notte non dormì, ma

ella non lasciò dormire la madre, pur del gran caldo do-

lendosi.

Il che avendo la madre sentito, fu la mattina a messer

Lizio e gli disse:

- Messer, voi avete poco cara questa giovane. Che vi fa

egli perché ella sopra quel veron si dorma? Ella non ha

in tutta notte trovato luogo di caldo, e oltre a ciò maravi-

gliatevi voi perché egli le sia in piacere l’udir cantar l’u-

signuolo, che è una fanciullina? I giovani son vaghi del-

le cose simiglianti a loro.

Messer Lizio udendo questo disse:

- Via, faccialevisi un letto tale quale egli vi cape, e fallo

fasciar dattorno d’alcuna sargia, e dormavi, e oda cantar

l’usignuolo a suo senno.

La giovane, saputo questo, prestamente vi fece fare un

letto; e dovendovi la sera vegnente dormire, tanto attese

che ella vide Ricciardo, e fecegli un segno posto tra

loro, per lo quale egli intese ciò che far si dovea.

Messer Lizio, sentendo la giovane essersi andata al let-

to, serrato uno uscio che della sua camera andava sopra

’l verone, similmente s’andò a dormire.

Ricciardo, come d’ogni parte sentì le cose chete, con lo

aiuto d’una scala salì sopra un muro, e poi d’in su quel

muro appiccandosi a certe morse d’un altro muro, con

gran fatica e pericolo, se caduto fosse, pervenne in sul

verone, dove chetamente con grandissima festa dalla

giovane fu ricevuto; e dopo molti baci si coricarono in-

sieme, e quasi per tutta la notte diletto e piacer presono

l’un dell’altro, molte volte faccendo cantar l’usignuolo.

Ed essendo le notti piccole e il diletto grande, e già al

giorno vicino (il che essi non credevano), e sì ancora ri-

scaldati e sì dal tempo e sì dallo scherzare, senza alcuna

cosa addosso s’addormentarono, avendo a Caterina col

destro braccio abbracciato sotto il collo Ricciardo, e con

la sinistra mano presolo per quella cosa che voi tra gli

uomini più vi vergognate di nominare.

E in cotal guisa dormendo, senza svegliarsi, sopravenne

il giorno, e messer Lizio si levò; e ricordandosi la fi-

gliuola dormire sopra ’l verone, chetamente l’uscio

aprendo disse:

Novella Quarta

Ricciardo Manardi è trovato da messer Lizio da Valbona

con la figliuola, la quale egli sposa, e col padre di lei ri-

mane in buona pace.

Tacendosi Elissa, le lode ascoltando dalle sue compagne

date alla sua novella, impose la reina a Filostrato che al-

cuna ne dicesse egli; il quale ridendo incominciò.

Io sono stato da tante di voi tante volte morso, perché io

materia da crudeli ragionamenti e da farvi piagner v’im-

posi, che a me pare, a volere alquanto questa noia risto-

rare, esser tenuto di dover dire alcuna cosa per la quale

io alquanto vi faccia ridere; e per ciò uno amore, non da

altra noia che di sospiri e d’una brieve paura con vergo-

gna mescolata, a lieto fin pervenuto, in una novelletta

assai piccola intendo di raccontarvi.

Non è adunque, valorose donne, gran tempo passato che

in Romagna fu un cavaliere assai da bene e costumato,

il qual fu chiamato messer Lizio da Valbona, a cui per

ventura vicino alla sua vecchiezza una figliuola nacque

d’una sua donna chiamata madonna Giacomina, la quale

oltre ad ogn’altra della contrada, crescendo, divenne bel-

la e piacevole; e per ciò che sola era al padre e alla ma-

dre rimasa, sommamente da loro era amata e avuta cara

e con maravigliosa diligenza guardata, aspettando essi

di far di lei alcun gran parentado.

Ora usava molto nella casa di messer Lizio, e molto con

lui si riteneva, un giovane bello e fresco della persona, il

quale era de’ Manardi da Brettinoro, chiamato Ricciar-

do, del quale niun’altra guardia messer Lizio o la sua

donna prendevano, che fatto avrebbon d’un lor figliuolo.

Il quale, una volta e altra veggendo la giovane bellissi-

ma e leggiadra, e di laudevoli maniere e costumi e già

da marito, di lei fieramente s’innamorò, e con gran dili-

genza il suo amore teneva occulto. Del quale avvedutasi

la giovane, senza schifar punto il colpo, lui similmente

cominciò ad amare; di che Ricciardo fu forte contento.

E avendo molte volte avuta voglia di doverle alcuna pa-

rola dire, e dubitando taciutosi, pure una, preso tempo e

ardire, le disse:

- Caterina, io ti priego che tu non mi facci morire aman-

do.

La giovane rispose subito:

- Volesse Iddio che tu non facessi più morir me.

Questa risposta molto di piacere e d’ardire aggiunse a

Ricciardo, e dissele :

- Per me non istarà mai cosa che a grado ti sia, ma a te

sta il trovar modo allo scampo della tua vita e della mia.

La giovane allora disse:

- Ricciardo, tu vedi quanto io sia guardata, e per ciò da

me non so veder come tu a me ti potessi venire; ma, se

tu sai veder cosa che io possa senza mia vergogna fare,

dillami, e io la farò.

Ricciardo, avendo più cose pensato, subitamente disse:

- Caterina mia dolce, io non so alcuna via veder, se già

tu non dormissi o potessi venire in su ’l verone che è

presso al giardino di tuo padre, dove se io sapessi che tu

di notte fossi, senza fallo io m’ingegnere’ di venirvi,

quantunque molto alto sia.

Disse adunque alla giovane:

- Poi che così è che di Pietro tu non sai, tu dimorerai qui

meco infino a tanto che fatto mi verrà di potertene sicu-

ramente mandare a Roma.

Pietro, stando sopra la quercia quanto più doloroso esser

potea, vide in sul primo sonno venir ben venti lupi, li

quali tutti, come il ronzin videro, gli furon dintorno. Il

ronzino sentendogli, tirata la testa, ruppe le cavezzine e

cominciò a volersi fuggire; ma essendo intorniato e non

potendo, gran pezza co’ denti e co’ calci si difese; alla

fine da loro atterrato e strozzato fu e subitamente sven-

trato, e tutti pascendosi, senza altro lasciarvi che l’ossa,

il divorarono e andar via. Di che Pietro, al qual pareva

del ronzino avere una compagnia e un sostegno delle

sue fatiche, forte sbigottì e imaginossi di non dover mai

di quella selva potere uscire.

Ed essendo già vicino al dì, morendosi egli sopra la

quercia di freddo, sì come quegli che sempre dattorno

guardava, si vide innanzi forse un miglio un grandissi-

mo fuoco; per che, come fatto fu il dì chiaro, non senza

paura della quercia disceso, verso là si dirizzò, e tanto

andò che a quello pervenne; dintorno al quale trovò pa-

stori che mangiavano e davansi buon tempo, dà quali

esso per pietà fu raccolto. E poi che egli mangiato ebbe

e fu riscaldato, contata loro la sua disaventura e come

quivi solo arrivato fosse, gli domandò se in quelle parti

fosse villa o castello, dove egli andar potesse.

I pastori dissero che ivi forse a tre miglia era un castello

di Liello di Campo di Fiore, nel quale al presente era la

donna sua; di che Pietro contentissimo gli pregò che al-

cuno di loro infino al castello l’accompagnasse, il che

due di loro fecero volentieri. Al quale pervenuto Pietro,

e quivi avendo trovato alcun suo conoscente, cercando

di trovar modo che la giovane fosse per la selva cercata,

fu da parte della donna fatto chiamare; il quale inconta-

nente andò a lei, e vedendo con lei l’Agnolella, mai pari

letizia non fu alla sua.

Egli si struggeva tutto d’andarla ad abbracciare, ma per

vergogna, la quale avea della donna, lasciava. E se egli

fu lieto assai, la letizia della giovane vedendolo non fu

minore.

La gentil donna, raccoltolo e fattogli festa, e avendo da

lui ciò che intervenuto gli era udito, il riprese molto di

ciò che contro al piacer de’ parenti suoi far voleva. Ma,

veggendo che egli era pure a questo disposto e che alla

giovane aggradiva, disse: - In che m’affatico io? Costor

s’amano, costor si conoscono, ciascuno è parimente ami-

co del mio marito, e il lor desiderio è onesto; e credo

che egli piaccia a Dio, poi che l’uno dalle forche ha

campato, e l’altro dalla lancia, e amenduni dalle fiere

selvatiche; e però facciasi. - E a loro rivolta disse:

- Se pure questo v’è all’animo di volere essere moglie e

marito insieme, e a me; facciasi, e qui le nozze s’ordini-

no alle spese di Liello; la pace poi tra voi è vostri paren-

ti farò io ben fare.

Pietro lietissimo, e l’Agnolella più, quivi si sposarono; e

come in montagna si potè, la gentil donna fè loto onore-

voli nozze, e quivi i primi frutti del loro amore dolcissi-

mamente sentirono.

Poi, ivi a parecchi dì, la donna insieme con loro, montati

a cavallo e bene accompagnati, se ne tornarono a Roma;

dove, trovati forte turbati i parenti di Pietro di ciò che

fatto aveva, con loro in buona pace il ritornò; ed esso

con molto riposo e piacere con la sua Agnolella infino

alla lor vecchiezza si visse.

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La giovane, veggendo che l’ora era tarda, ancora che le

parole del vecchio la spaventassero, disse:

- Se a Dio piacerà, egli ci guarderà e voi e me di questa

noia, la quale, se pur m’avvenisse, è molto men male es-

sere dagli uomini straziata, che sbranata per li boschi

dalle fiere.

E così detto, discesa del suo ronzino, se n’entrò nella

casa del povero uomo, e quivi con essoloro di quello

che avevano poveramente cenò, e appresso tutta vestita

in su un lor letticello con loro insieme a giacer si gittò,

né in tutta la notte di sospirare né di piagnere la sua

sventura e quella di Pietro, del quale non sapea che si

dovesse sperare altro che male, non rifinò.

Ed essendo già vicino al matutino, ella sentì un gran cal-

pestio di gente andare; per la qual cosa, levatasi, se n’an-

dò in una gran corte, che la piccola casetta di dietro a sé

avea, e vedendo dall’una delle parti di quella molto fie-

no, in quello s’andò a nascondere, acciò che, se quella

gente quivi venisse, non fosse così tosto trovata. E appe-

na di nasconder compiuta s’era, che coloro, che una gran

brigata di malvagi uomini era, furono alla porta della

piccola casa, e fattosi aprire e dentro entrati e trovato il

ronzino della giovane ancora con tutta la sella domanda-

rono chi vi fosse.

Il buono uomo, non vedendo la giovane, rispose:

- Niuna persona ci è altro che noi; ma questo ronzino, a

cui che fuggito si sia, ci capitò iersera, e noi cel mettem-

mo in casa, acciò che i lupi nol manicassero.

- Adunque, - disse il maggior della brigata - sarà egli

buon per noi, poi che altro signor non ha.

Sparti adunque costoro tutti per la piccola casa, parte

n’andò nella corte, e poste giù lor lance e lor tavolacci,

avvenne che uno di loro, non sappiendo altro che farsi,

gittò la sua lancia nel fieno e assai vicin fu ad uccidere

la nascosa giovane ed ella a palesarsi, per ciò che la lan-

cia le venne allato alla sinistra poppa, tanto che col ferro

le stracciò de’ vestimenti, laonde ella fu per mettere un

grande strido temendo d’esser fedita; ma ricordandosi là

dove era, tutta riscossasi, stette cheta.

La brigata chi qua e chi là, cotti lor cavretti e loro altra

carne, e mangiato e bevuto, s’andarono pe’ fatti loro, e

menaronsene il ronzino della giovane. Ed essendo già

dilungati alquanto, il buono uomo cominciò a domandar

la moglie:

- Che fu della nostra giovane che iersera ci capitò, che

io veduta non la ci ho poi che noi ci levammo?

La buona femina rispose che non sapea, e andonne gua-

tando.

La giovane, sentendo coloro esser partiti, uscì del fieno;

di che il buono uomo forte contento, poi che vide che

alle mani di coloro non era venuta, e faccendosi già dì,

le disse:

- Omai che il dì ne viene, se ti piace, noi t’accompagne-

remo infino ad un castello che è presso di qui cinque

miglia, e sarai in luogo sicuro; ma converratti venire a

piè, per ciò che questa mala gente che ora di qui si parte,

se n’ha menato il ronzin tuo.

La giovane, datasi pace di ciò, gli pregò per Dio che al

castello la menassero; per che entrati in via, in su la

mezza terza vi giunsero.

Era il castello di uno degli Orsini, lo quale si chiamava

Liello di Campo di Fiore, e per ventura v’era una sua

donna, la qual bonissima e santa donna era; e veggendo

la giovane, prestamente la riconobbe e con festa la rice-

vette, e ordinatamente volle sapere come quivi arrivata

fosse. La giovane gliele contò tutto.

La donna, che cognoscea similmente Pietro, sì come

amico del marito di lei, dolente fu del caso avvenuto; e

udendo dove stato fosse preso, s’avvisò che morto fosse

stato.

Il quale spogliandosi, già del suo male indovino, avven-

ne che un guato di ben venticinque fanti subitamente

uscì addosso a costoro gridando: - Alla morte, alla mor-

te! - Li quali soprappresi da questo, lasciato star Pietro,

si volsero alla lor difesa; ma, veggendosi molti meno

che gli assalitori, cominciarono a fuggire, e costoro a se-

guirgli. La qual cosa Pietro veggendo, subitamente prese

le cose sue e salì sopra il suo ronzino e cominciò quanto

poteva a fuggire per quella via donde aveva veduto che

la giovane era fuggita. Ma, non vedendo per la selva né

via né sentiero, né pedata di caval conoscendovi, poscia

che a lui parve esser sicuro e fuor delle mani di coloro

che preso l’aveano e degli altri ancora da cui quegli era-

no stati assaliti, non ritrovando la sua giovane, più dolo-

roso che altro uomo, cominciò a piagnere e ad andarla

or qua or là per la selva chiamando; ma niuna persona

gli rispondeva, ed esso non ardiva a tornare addietro, e

andando innanzi non conosceva dove arrivar si dovesse;

e d’altra parte delle fiere che nelle selve sogliono abitare

aveva ad una ora di sé stesso paura e della sua giovane,

la qual tuttavia gli pareva vedere o da orso o da lupo

strangolare.

Andò adunque questo Pietro sventurato tutto il giorno

per questa selva gridando e chiamando, a tal ora tornan-

do indietro che egli si credeva innanzi andare; e già, tra

per lo gridare e per lo piagnere e per la paura e per lo

lungo digiuno, era sì vinto, che più avanti non poteva.

E vedendo la notte sopravvenuta, non sappiendo che al-

tro consiglio pigliarsi, trovata una grandissima quercia,

smontato del ronzino a quella il legò, e appresso, per

non essere dalle fiere divorato la notte, su vi montò; e

poco appresso levatasi la luna e ’l tempo essendo chia-

rissimo, non avendo Pietro ardir d’addormentarsi per

non cadere (come che, perché pure agio avuto n’avesse,

il dolore né i pensieri che della sua giovane avea non l’a-

vrebbero lasciato); per che egli, sospirando e piagnendo

e seco la sua disaventura maladicendo, vegghiava.

La giovane fuggendo, come davanti dicemmo, non sap-

piendo dove andarsi, se non come il suo ronzino stesso

dove più gli pareva ne la portava, si mise tanto fra la

selva, che ella non poteva vedere il luogo donde in quel-

la entrata era; per che, non altramenti che avesse fatto

Pietro, tutto ’l dì, ora aspettando e ora andando, e pia-

gnendo e chiamando e della sua sciagura dolendosi, per

lo salvatico luogo s’andò avvolgendo.

Alla fine, veggendo che Pietro non venia, essendo già

vespro, s’abbattè ad un sentieruolo, per lo qual messasi e

seguitandolo il ronzino, poi che più di due miglia fu ca-

valcata, di lontano si vide davanti una casetta, alla quale

essa come più tosto potè se n’andò, e quivi trovò un buo-

no uomo attempato molto con una sua moglie che simil-

mente era vecchia.

Li quali, quando la videro sola, dissero:

- O figliuola, che vai tu a questa ora così sola faccendo

per questa contrada?

La giovane piagnendo rispose che aveva la sua compa-

gnia nella selva smarrita, e domandò come presso fosse

ad Alagna.

A cui il buono uomo rispose:

- Figliuola mia, questa non è la via d’andare ad Alagna,

egli ci ha delle miglia più di dodici.

Disse allora la giovane:

- E come ci sono abitanze presso da potere albergare?

A cui il buono uomo rispose:

- Non ci sono in niun luogo sì presso, che tu di giorno vi

potessi andare.

Disse la giovane allora:

- Piacerebbev’egli, poi che altrove andar non posso, di

qui ritenermi per l’amor di Dio istanotte?

Il buono uomo rispose:

- Giovane, che tu con noi ti rimanga per questa sera n’è

caro; ma tuttavia ti vogliam ricordare che per queste

contrade e di dì e di notte e d’amici e di nemici vanno di

male brigate assai, le quali molte volte ne fanno di gran

dispiaceri e di gran danni; e se per isciagura, essendoci

tu, ce ne venisse alcuna, e veggendoti bella e giovane

come tu sé, è ti farebbono dispiacere e vergogna, e noi

non te ne potremmo aiutare. Vogliantelo aver detto, ac-

ciò che tu poi, a se questo avvenisse, non ti possi di noi

ramaricare.

Novella Terza

Pietro Boccamazza si fugge con l’Agnolella; truova la-

droni; la giovane fugge per una selva, ed è condotta ad

un castello; Pietro è preso e delle mani de’ ladroni fug-

ge, e dopo alcuno accidente, capita a quel castello dove

l’Agnolella era, e sposatala con lei se ne torna a Roma.

Niuno ne fu tra tutti che la novella d’Emilia non com-

mendasse; la qual conoscendo la reina esser finita, volta

ad Elissa, che ella continuasse le ’mpose. La quale, d’ub-

bidire disiderosa, incominciò.

A me, vezzose donne, si para dinanzi una malvagia not-

te da due giovanetti poco discreti avuta; ma, per ciò che

ad essa seguitarono molti lieti giorni, sì come conforme

al nostro proposito, mi piace di raccontarla.

In Roma, la quale, come è oggi coda, così già fu capo

del mondo, fu un giovane, poco tempo fa, chiamato Pie-

tro Boccamazza, di famiglia tra le romane assai onore-

vole, il quale s’innamorò d’una bellissima e vaga giova-

ne chiamata Agnolella, figliuola d’uno ch’ebbe nome Gi-

gliuozzo Saullo, uomo plebeio ma assai caro a’ romani.

E amandola, tanto seppe operare, che la giovane comin-

ciò non meno ad amar lui che egli amasse lei. Pietro, da

fervente amor costretto, e non parendogli più dover sof-

ferire l’aspra pena che il disiderio che avea di costei gli

dava, la domandò per moglie. La qual cosa come i suoi

parenti seppero, tutti furono a lui e biasimarongli forte

ciò che egli voleva fare; e d’altra parte fecero dire a Gi-

gliuozzo Saullo che a niun partito attendesse alle parole

di Pietro, per ciò che, se ’l facesse, mai per amico né per

parente l’avrebbero.

Pietro, veggendosi quella via impedita per la qual sola si

credeva potere al suo disio pervenire, volle morir di do-

lore; e se Gigliuozzo l’avesse consentito, contro al pia-

cere di quanti parenti avea, per moglie la figliuola

avrebbe presa; ma pur si mise in cuore, se alla giovane

piacesse, di far che questa cosa avrebbe effetto; e per in-

terposita persona sentito che a grado l’era, con lei si con-

venne di doversi con lui di Roma fuggire. Alla qual cosa

dato ordine, Pietro una mattina per tempissimo levatosi,

con lei insieme montò a cavallo, e presero il cammin

verso Alagna, là dove Pietro aveva certi amici de’ quali

esso molto si confidava; e così cavalcando, non avendo

spazio di far nozze, per ciò che temevano d’esser segui-

tati, del loro amore andando insieme ragionando, alcuna

volta l’un l’altro baciava.

Ora avvenne che, non essendo a Pietro troppo noto il

cammino, come forse otto miglia da Roma dilungati fu-

rono, dovendo a man destra tenere, si misero per una via

a sinistra. Né furono guari più di due miglia cavalcati,

che essi si videro vicini ad un castelletto, del quale, es-

sendo stati veduti, subitamente uscirono da dodici fanti.

E già essendo loro assai vicini, la giovane gli vide, per

che gridando disse:

- Pietro, campiamo, ché noi siamo assaliti; - e come sep-

pe, verso una selva grandissima volse il suo ronzino; e

tenendogli gli sproni stretti al corpo, attenendosi all’ar-

cione, il ronzino, sentendosi pugnere, correndo per quel-

la selva ne la portava.

Pietro, che più al viso di lei andava guardando che al

cammino, non essendosi tosto come lei de fanti che ve-

nieno avveduto, mentre che egli senza vedergli ancora

andava guardando donde venissero, fu da loro soprag-

giunto e preso e fatto del ronzino smontare; e domanda-

to chi egli era, e avendol detto, costor cominciaron fra

loro ad aver consiglio e a dire: - Questi è degli amici de’

nimici nostri; che ne dobbiam fare altro, se non torgli

quei panni e quel ronzino e impiccarlo per dispetto degli

Orsini ad una di queste querce? - Ed essendosi tutti a

questo consiglio accordati, avevano a Pietro comandato

che si spogliasse.

Al re, il quale savio signore era, piacque il consiglio di

Martuccio; e interamente seguitolo, per quello trovò la

sua guerra aver vinta; laonde sommamente Martuccio

venne nella sua grazia, e per conseguente in grande e

ricco stato.

Corse la fama di queste cose per la contrada; e agli orec-

chi della Gostanza pervenne Martuccio Gomito esser

vivo, il quale lungamente morto aveva creduto; per che

l’amor di lui, già nel cuor di lei intiepidito, con subita

fiamma si riaccese e divenne maggiore, e la morta spe-

ranza suscitò. Per la qual cosa alla buona donna con cui

dimorava interamente ogni suo accidente aperse, e le

disse sé disiderare d’andare a Tunisi, acciò che gli occhi

saziasse di ciò che gli orecchi con le ricevute voci fatti

gli avean disiderosi. La quale il suo disiderio le lodò

molto, e come sua madre stata fosse, entrata in una bar-

ca, con lei insieme a Tunisi andò, dove con la Gostanza

in casa d’una sua parente fu ricevuta onorevolmente.

Ed essendo con lei andata Carapresa, la mandò a sentire

quello che di Martuccio trovar potesse; e trovato lui es-

ser vivo e in grande stato, e rapportogliele, piacque alla

gentil donna di volere essere colei che a Martuccio si-

gnificasse quivi a lui esser venuta la sua Gostanza. E an-

datasene un dì là dove Martuccio era, gli disse:

- Martuccio, in casa mia è capitato un tuo servidore che

vien da Lipari, e quivi ti vorrebbe segretamente parlare;

e per ciò, per non fidarmene ad altri, sì come egli ha vo-

luto, io medesima tel sono venuta a significare.

Martuccio la ringraziò, e appresso lei alla sua casa se

n’andò.

Quando la giovane il vide, presso fu che di letizia non

morì, e non potendosene tenere, subitamente con le

braccia aperte gli corse al collo e abbracciollo, e per

compassione de’ passati infortuni e per la presente leti-

zia, senza potere alcuna cosa dire, teneramente comin-

ciò a lagrimare.

Martuccio, veggendo la giovane, alquanto maraviglian-

dosi soprastette, e poi sospirando disse:

- O Gostanza mia, or se’tu viva? Egli è buon tempo che

io intesi che tu perduta eri, né a casa nostra di te alcuna

cosa si sapeva; - e questo detto, teneramente lagrimando

l’abbracciò e baciò.

La Gostanza gli raccontò ogni suo accidente, e l’onore

che ricevuto avea dalla gentil donna con la quale dimo-

rata era. Martuccio, dopo molti ragionamenti da lei par-

titosi, al re suo signore n’andò e tutto gli raccontò, cioè i

suoi casi e quegli della giovane, aggiugnendo che, con

sua licenzia, intendeva secondo la nostra legge di spo-

sarla.

Il re si maravigliò di queste cose; e fatta la giovane ve-

nire, e da lei udendo che così era come Martuccio aveva

detto, disse:

- Adunque l’hai tu per marito molto ben guadagnato.

E fatti venire grandissimi e nobili doni, parte a lei ne

diede e parte a Martuccio, dando loro licenzia di fare in-

tra sé quello che più fosse a grado a ciascheduno.

Martuccio onorata molto la gentil donna con la quale la

Gostanza dimorata era e ringraziatala di ciò che in servi-

gio di lei aveva adoperato e donatile doni quali a lei si

confaceano e accomandatala a Dio, non senza molte la-

grime dalla Gostanza si partì. E appresso con licenzia

del re sopra un legnetto montati, e con loro Carapresa,

con prospero vento a Lipari ritornarono, dove fu sì gran-

de la festa che dir non si potrebbe giammai.

Quivi Martuccio la sposò e grandi e belle nozze fece, e

poi appresso con lei insieme in pace e in riposo lunga-

mente goderono del loro amore.

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Carapresa udendo costei, a guisa di buona femina, lei

nella capannetta lasciata, prestamente raccolte le sue

reti, a lei ritornò, e tutta nel suo mantello stesso chiusa-

la, in Susa con seco la menò, e quivi pervenuta le disse:

- Gostanza, io ti menerò in casa d’una bonissima donna

saracina, alla quale io fo molto spesso servigio di sue bi-

sogne, ed ella è donna antica e misericordiosa; io le ti

raccomanderò quanto io potrò il più, e certissima sono

che ella ti riceverà volentieri e come figliuola ti tratterà,

e tu, con lei stando, t’ingegnerai a tuo potere, servendo-

la, d’acquistar la grazia sua insino a tanto che Iddio ti

mandi miglior ventura; - e come ella disse così fece.

La donna, la qual vecchia era oramai, udita costei, guar-

dò la giovane nel viso e cominciò a lagrimare, e presala

le baciò la fronte, e poi per la mano nella sua casa ne la

menò, nella quale ella con alquante altre femine dimora-

va senza alcuno uomo, e tutte di diverse cose lavorava-

no di lor mano, di seta, di palma, di cuoio diversi lavorii

faccendo. De’ quali la giovane in pochi dì apparò a fare

alcuno, e con loro insieme cominciò a lavorare; e in tan-

ta grazia e buono amore venne della buona donna e del-

l’altre, che fu maravigliosa cosa; e in poco spazio di

tempo, mostrandogliele esse, il lor linguaggio apparò.

Dimorando adunque la giovane in Susa, essendo già sta-

ta a casa sua pianta per perduta e per morta, avvenne

che, essendo re di Tunisi uno che si chiamava Mariabde-

la, un giovane di gran parentado e di molta potenza, il

quale era in Granata, dicendo che a lui il reame di Tunisi

apparteneva, fatta grandissima moltitudine di gente, so-

pra il re di Tunisi se ne venne per cacciarlo del regno.

Le quali cose venendo ad orecchie a Martuccio Gomito

in prigione, il qual molto bene sapeva il barbaresco, e

udendo che il re di Tunisi faceva grandissimo sforzo a

sua difesa, disse ad un di quegli li quali lui è suoi com-

pagni guardavano:

- Se io potessi parlare al re, e’mi dà il cuore che io gli

darei un consiglio, per lo quale egli vincerebbe la guerra

sua.

La guardia disse queste parole al suo signore, il quale al

re il rapportò incontanente. Per la qual cosa il re coman-

dò che Martuccio gli fosse menato, e domandato da lui

che consiglio il suo fosse, gli rispose così:

- Signor mio, se io ho bene, in altro tempo che io in que-

ste vostre contrade usato sono, riguardato alla maniera

la qual tenete nelle vostre battaglie, mi pare che più con

arcieri che con altro quelle facciate; e per ciò, ove si tro-

vasse modo che agli arcieri del vostro avversario man-

casse il saettamento è vostri n’avessero abbondevolmen-

te, io avviso che la vostra battaglia si vincerebbe.

A cui il re disse:

- Senza dubbio, se cotesto si potesse fare, io mi creder-

rei esser vincitore.

Al quale Martuccio disse:

- Signor mio, dove voi vogliate, egli si potrà ben fare, e

udite come. A voi convien far fare corde molto più sotti-

li agli archi de’ vostri arcieri, che quelle che per tutti co-

munalmente s’usano; e appresso far fare saettamento, le

cocche del quale non sieno buone se non a queste corde

sottili; e questo convien che sia sì segretamente fatto,

che il vostro avversario nol sappia, per ciò che egli ci

troverebbe modo. E la cagione per che io dico questo è

questa. Poi che gli arcieri del vostro nimico avranno il

suo saettamento saettato e i vostri il suo, sapete che di

quello che i vostri saettato avranno converrà, durando la

battaglia, che i vostri nimici ricolgano, e a’ nostri con-

verrà ricoglier del loro; ma gli avversari non potranno il

saettamento saettato dà vostri adoperare, per le picciole

cocche che non riceveranno le corde grosse, dove a’ vo-

stri avverrà il contrario del saettamento de’ nimici, per

ciò che la sottil corda riceverà ottimamente la saetta che

avrà larga cocca; e così i vostri saranno di saettamento

copiosi, dove gli altri n’avranno difetto.

Ma tutto altramenti addivenne che ella avvisato non

avea; per ciò che, essendo quel vento che traeva tramon-

tana, e questo assai soave, e non essendo quasi mare, e

ben reggente la barca, il seguente dì alla notte che su

montata v’era, in sul vespro ben cento miglia sopra Tu-

nisi ad una piaggia vicina ad una città chiamata Susa ne

la portò.

La giovane d’essere più in terra che in mare niente senti-

va, sì come colei che mai per alcuno accidente da giace-

re non avea il capo levato né di levare intendeva.

Era allora per avventura, quando la barca ferì sopra il

lito, una povera feminetta alla marina, la quale levava

dal sole reti di suoi pescatori; la quale, vedendo la barca,

si maravigliò come colla vela piena fosse lasciata per-

cuotere in terra. E pensando che in quella i pescatori

dormissono, andò alla barca, e niuna altra persona che

questa giovane vi vide; la quale essalei che forte dormi-

va, chiamò molte volte, e alla fine fattala risentire e allo

abito conosciutala che cristiana era, parlando latino la

domandò come fosse che ella quivi in quella barca così

soletta fosse arrivata.

La giovane, udendo la favella latina, dubitò non forse

altro vento l’avesse a Lipari ritornata; e subitamente le-

vatasi in piè riguardò attorno, e non conoscendo le con-

trade e veggendosi in terra, domandò la buona femina

dove ella fosse. A cui la buona femina rispose:

- Figliuola mia, tu se’vicina a Susa in Barberia.

Il che udito la giovane, dolente che Iddio non l’aveva

voluto la morte mandare, dubitando di vergogna e non

sappiendo che farsi, a piè della sua barca a seder postasi,

cominciò a piagnere.

La buona femina, questo vedendo, ne le prese pietà, e

tanto la pregò, che in una sua capannetta la menò, e qui-

vi tanto la lusingò che ella le disse come quivi arrivata

fosse; per che, sentendola la buona femina essere ancor

digiuna, suo pan duro e alcun pesce e acqua l’apparec-

chiò, e tanto la pregò ch’ella mangiò un poco.

La Gostanza appresso domandò chi fosse la buona femi-

na che così latin parlava; a cui ella disse che da Trapani

era e aveva nome Carapresa; e quivi serviva certi pesca-

tori cristiani.

La giovane, udendo dire Carapresa, quantunque dolente

fosse molto, e non sappiendo ella stessa che cagione a

ciò la si movesse, in sé stessa prese buono agurio d’aver

questo nome udito, e cominciò a sperar senza saper che

e alquanto a cessare il disiderio della morte; e, senza

manifestar chi si fosse né donde, pregò caramente la

buona femina che per l’amor di Dio avesse misericordia

della sua giovanezza e che alcuno consiglio le desse per

lo quale ella potesse fuggire che villania fatta non le fos-

se.

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